Gaza



trittico tecnica mista su legno
cm 80x60
2013
 

Luoghi

assemblaggio di stoffe su legno
diametro cm 120
2013

Ogni frontiera ha senso solo se può essere oltrepassata, ogni bandiera vive davvero solo se può sventolare libera mescolando i suoi colori alle tinte dell’intera umanità, perché i luoghi sono sempre e prima di tutto luoghi dell’anima e come tali sono eterei, fluidi, mutevoli e privi di confini che siano invalicabili.  Le pieghe del tessuto che vibrano in una precaria fissità alludendo al tricolore, ma confondendolo con colore e non colore  (simboli rispettivamente di ciò che è definito e di ciò che invece non lo è), sono un inno alla multiculturalità intesa come varietas desiderabile e non come temuto caos da eliminare.

             Anna R. G. Rivelli

TGR 25 ottobre 2013


Servizio di Oreste Lopomo  sulla mostra "La voce che scompone il buio"

La voce che scompone il buio



Mistico

tecnica mista su tela
cm.100x150
2011
    Il qui e l’altrove, la materia e lo spirito: Giovanni Cafarelli si muove nell’infinito dello spazio e del tempo ora come smarrito pellegrino sul calare delle tenebre, ora come Parsifal alla ricerca del Sacro Graal. Affascinato dal cielo non meno di quanto lo sia dalla terra, dimora e lotta sopra un confine dal quale si allontana e al quale torna incessantemente, ribelle alla definitività di qualsiasi scelta. Dentro il suo cuore di uomo il passato, il presente e il futuro incrociano le spade contendendosi nostalgie ed attese, il finito e l’infinito si affrontano entrambi sfuggenti come ombre, ma sotto il suo sguardo d’artista non esiste barriera o frattura e l’arcana soluzione del mistero dell’esistenza si offre come risposta netta ed immediata, quasi priva di dubbio benché figlia di un tormento che fa sanguinare l’anima. In una sorta di laica consacrazione, la materia si transustanzia e il sentimento panico di meraviglia e sgomento si risolve in una identificazione totale con l’universo, in un panismo che, incredulo, a tratti inciampa nella memoria e pone ancora domande. Perciò l’uomo che giganteggia di fronte a una luna ormai conquistata (20 luglio 1969) è il medesimo che aspira al cielo come meta d’affanni (E quindi uscimmo a riveder le stelle), il verbo inespresso (Le parole che non ti ho detto) acquista la stessa forza della parola mistica (Mistico, Qabbaláh) e, come in uno splendido verso del poeta Vittorio Bodini, le creature terrene che, sorvolandola, annunciano la sera sono contemporaneamente infere e celesti (Angeli pterodattili).
    Per declinare il suo pensiero e la sua visione del mondo Giovanni Cafarelli sceglie colori perentori come il nero, il rosso, il bianco, l’oro; a tali colori, però, dà il tormento dei suoi irrisolti interrogativi di uomo, li scava, li accende, li affronta sprofondandoli nella materia, attraversandoli con fendenti d’ombre col desiderio di scoprirne un’intrinseca debolezza per potercisi identificare. Ma la magia dell’arte – magia liberata dalla menzogna di essere verità (T. Adorno) – ancora una volta elimina la dicotomia ed esprime la totalità. Così, quanto più la materia si fa greve diventando ossa e carne della terra, tanto più la forma sfugge e si fa spirito nella perfezione del cerchio, nella sua compiutezza senza inizio né fine, nel suo essere metafora della ciclicità del tempo o esoterico limite invalicabile. E laddove ritorna la terra nel quadrato che si oppone al cielo, la circonferenza ritorna nella meditazione di un percorso che va dall’alfa alla A, sostanzialmente richiudendosi su se stesso (Alfaà).
    Ed è in questo percorso che anche l’artista e l’uomo  finiscono per ritrovarsi come anima e corpo nella valle di Giosafat; come la voce che scompone il buio.

                                   Anna R.G.Rivelli

Lampedusa


Giovanni Cafarelli "LAMPEDUSA" installazione 2013

Come un dio cammineranno sopra le acque le tue scarpe perdute, fratello che cercavi una terra ed hai smarrito il nome; cammineranno vaghe, intrepide, piangenti, correndo dietro all’uomo che tu eri, all’uomo che non sei oggi più, qui, su questa sabbia che ha echi di saette, su questa deriva d’Africa e d’Europa, su questo lurido colar di numeri a picco in un catino di mare sulla finestra del mondo. Cammineranno. Avranno passi senza peso respinti dagli spari di leggi e di fucili, e corse di fiato interminabile dalla frontiera, e porteranno parole senza suono, reti attonite e fiori d’onde nere. E le vedranno gli Arabi e i Fenici, i Greci ed i Romani; le incroceranno gli eserciti e le processioni, gli inverni e le calure. E saliranno pioli di nuvole e di sole per stare di vedetta a tre anni di figlio cullati dal vento, per scrutare nel fondo Nereidi e Malìe straziate dal pianto. Né più si fermerà il cammino dalla guerra al dolore, dalla fame alla colpa del silenzio. Cammineranno le tue scarpe perdute, fratello che cercavi una terra e ci hai smarrito il cuore.  

          Anna R.G. Rivelli

Dentro il guscio delle astrazioni

tecnica mista su tavola
diametro cm.60
2013


Nonnino
i miei bambini
non sanno
la parabola dell’incremento
che ci eterna
il tuo sonno di onice
dentro il guscio
delle astrazioni
hanno occhi
per scrutare nuvole
sul tuo capo celeste
mani piene di inchiostri
per il perimetro
del tuo sorriso.

 Forse il tuo respiro
resterà preso
nelle loro reti.

(Anna R.G.Rivelli da " Se il resto tace" Errecciedizioni 2002)
 
                                                                   

Senza meta


polimaterico su cartone
diametro cm 70
2012

opera esposta in  "ARTINOMIE"  Potenza e i suoi artisti
esposizione permanente Galleria Civica Potenza
       
                               

amMA(l)YAti


polimaterico su cartone
diametro cm.70
2012
 C’è sempre un nuovo inizio, la storia ce lo insegna. “ Quello che il bruco chiama fine del mondo – ripete la saggezza orientale del filosofo Lao Tzu-  il resto del mondo chiama farfalla”. Eppure il fascino terribile delle profezie, il loro ammaliante tormento continua a trastullare il mondo con echi che giungono da mondi passati e mai finiti, da tempi lontanissimi che ancora stringiamo tra le mani. C’è sempre un anno mille in agguato, un globo terrestre che sembra destinato a diventare un cerchio che si chiude, un’attesa dell’inconoscibile che ci si sforza di conoscere, la prospettiva di un Nulla che, se mai sarà, comunque sarà colmo dei nostri segni, delle nostre parole.
Giovanni Cafarelli non accetta né smentisce, semplicemente constata, prende atto e trascrive i frammenti, i pochi frammenti, che di questo nostro mondo sono degni di salvezza, pochi frammenti in tanto vociferare, in tanto caos. Giovanni Cafarelli guarda il mondo con l’umanissimo timore di un buio probabile e, insieme, con la consapevolezza saggia di un presente che  è sempice tassello di una eternità. Allora scava nel fluire inesistente del tempo per conservare accese le braci del pensiero e consegnarle ad un altro anno mille, ad altri calendari e ad altri Maya, al Nulla che ci ammalia, a quell’Apocalisse che – scrive Dan Brownnon è la fine del mondo, ma piuttosto la fine del mondo come noi lo conosciamo

              Anna R. G. Rivelli

Cuore futuro (o del palpito atemporale sui crinali del vento)


Tecnica mista su tela cm 165 x 155
2012


Un territorio non ha passato né presente; un territorio è il continuum della sua storia, delle sue trasformazioni, delle genti che l’hanno conquistato, abitato, abbandonato. Una regione è la sua terra e il suo cielo; la sua sola fisionomia è quel palpito che l’attraversa e che non può essere perduto senza che si distruggano contemporaneamente tutte le dimensioni del suo tempo.
E’ questo che intende rappresentare l’opera di Giovanni Cafarelli “Cuore futuro”, non il volto di una regione bensì il suo spirito, quell’anima che la caratterizza a partire dalla profondità delle sue viscere fino a giungere alla linea che sfiora il cielo, a quell’orizzonte su cui il vento può dialogare indifferentemente con le cime dei boschi o con le torri eoliche, se le “parole” di quel dialogo sono parole di rispetto e di amore.
Il rosso è metafora dell’esistenza, è il sangue che fluisce caldo a portare la vita, ma anche quello che sgorga copioso da una terra troppe volte ferita. Rosso è il gusto dei frutti morsi che hanno il sapore di tempi e di luoghi che non smettono mai di appartenerci. Il giallo ocre è la terra, è l’ossatura aspra dei calanchi, ma anche l’oro morbido delle sabbie che lottano contro le acque rapaci. Perché la Basilicata non è una macchia informe sulle mappe d’Italia; è un’impronta definita di storia, è il cuore futuro del Sud.

                   Anna R.G. Rivelli

Angeli pterodattili



Angeli pterodattili sorvolano
quello stretto cunicolo in cui il giorno
vacilla...
                  Vittorio Bodini

Polimaterico su tela
cm 80 x 80
2012

Così mi parlò (Nietzsche)

polimaterico su tela                                                      
cm 100 x 100   2012                                                    
(da una poesia di Mara Sabia )                                      

Rupestre

       tecnica mista su tela
       cm.100x100
       2011

Il tempo è un segno blu

acrilico su tela
cm.120x100
2005    
                                        
  
Come frangia di mare sulle pietre di un’alba resta l’ombra di un rintocco appena fugge l’ora. La piazza ha una voragine di attesa ed un affaccio di ricordi da parapetti di  silenzio sopra vallate d’anime. Un fiume che non scorre la via che andrebbe dove non va. D’incauta nostalgia il timido vagito della sera luciderà il racconto dei tuoi occhi . . . e mi trafiggerà.
Il tempo è un segno blu sfuggito alle mie dita.

                  Anna R. G. Rivelli
                                             

Il sogno di Giuseppe

polimaterico su tela
cm 80 x 80
2011

Dubbio. Dubbio. Attesa. E ancora dubbio, dubbio. Amore. Attesa e dubbio. E amore. Chissà se tanto buio è  baratro d’inferno, gola di terra o buio, soltanto buio. Chissà se tutto il buio è dubbio, se questo dubbio è attesa, se anche l’attesa è amore. E se l’amore è croce, o invece  una catena;  catena che si spezza, che lega e libera, che infrange il dubbio. C’è un velo d’oro se ti guardo, un ansimar di sogni ed un vagar di segni, un alfabeto di promesse declinate in un verbo di cielo.  Amo, però, il tuo buio. Amo lo squarcio al margine profondo che partorisce il dubbio e la certezza, il vortice che ingoia la notte dei miei pensieri, la virgola perduta che cerca in me il suo verso. Attesa e dubbio. E’ amore.
                                           Anna R. G. Rivelli

Nell'ombra le spade




polimaterico su tela
cm 100 X 100
2011
(opera esposta alla Biennale)